La vera storia della rivoluzione egiziana raccontata da uno studente


di Sam Tadros
Uno studente egiziano fornisce una spiegazione degli eventi di questi giorni molto diversa da quella abituale. Gamal Mubarak stava modernizzando il paese. Le ragioni del comportamento dell'esercito. Scordatevi la democrazia.


Una settimana fa l'Egitto era un paese autoritario stabile, con minime prospettive di cambiamento; tutti gli esperti a Washington avrebbero scommesso sulla resistenza del regime. Oggi l'Egitto è nel caos.

La situazione è fuori controllo e e il mondo osserva con preoccupazione, confusione e paura. Forse è importante raccontare tutta la storia prima di fare delle riflessioni al riguardo.

A differenza di quanto sostenuto dai cervelloni, il regime egiziano non era nè stabile nè al sicuro. L'assenza di stabilità non deriva dalla sua debolezza o dalla mancata risolutezza nella repressione, ma dall'essere in contraddizione ontologica col desiderio naturale dell'uomo di essere libero. Forse gli egiziani non sanno cosa sia la democrazia, ma la vogliono lo stesso; magari è proprio la vaghezza e l'astrazione del concetto a renderla più desiderabile.

La manifestazione di massa del 25 gennaio era stata organizzata da due settimane su internet. Gli osservatori avevano sminuito il tutto parlando dell'ennesimo caso di "attivismo virtuale" che non avrebbe risolto nulla. In passato appelli simili avevano portato in piazza i soliti volti noti: poche centinaia di persone.

Durante quel giorno sembrava che gli esperti avessero ragione: erano sì manifestazioni più grandi, ma non in grado di preoccupare il regime. C'era meno gente che in occasione delle proteste contro la guerra in Iraq, la polizia era stata tollerante e aveva impiegato solo 5 minuti a sgombrare piazza Tahrir quando alcuni dimostranti volevano accamparsi lì per la notte.

Ma al di là di questo, le cose stavolta erano diverse. I social media avevano dato alla gente un mezzo di comunicazione e propaganda indipendente, quello che mancava. Centinaia di migliaia di egiziani guardavano i video delle manifestazioni su youtube pochi minuti dopo. Per una generazione apolitica che non si era mai interessata a certi argomenti la protesta era senza precedenti.

E poteva esserne esagerata la portata. Non c'erano più di 500 persone nella piazza di prima mattina, ma un leader dell'opposizione scriveva su twitter che ne stava guidando 100mila. E veniva creduto.

Non soprende che dopo 58 anni di propaganda di Stato la gente non credesse ai media governativi, ma bisogna spiegare perchè abbia creduto alla propaganda alternativa. L'ha fatto perchè aveva voglia di crederci. La Tunisia ha rotto un argine per tante persone. Non conta che la situazione a Tunisi fosse diversa, conta che "se ce l'hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi". C'erano 15mila persone in piazza e gli egiziani già diffondevano storie sulla fuga del figlio del presidente. L'unica domanda è se Mubarak sarebbe scappato a Londra o in Arabia Saudita.

Le manifestazioni sono continuate il giorno seguente, e la gente ha promesso di tornare in piazza venerdì 28 gennaio dopo la preghiera. A quel punto il regime è entrato nel panico. Semplicemente, non ci stava capendo nulla. Immaginate i consiglieri che spiegano a Mubarak, 83 anni, cos'è twitter. La cosa più preoccupante era l'annunciata partecipazione dei Fratelli musulmani, l'unica vera forza politica egiziana. All'improvviso si prospettavano centinaia di migliaia di manifestanti provenienti da ogni moschea del paese. Il regime ha reagito come ogni governo autoritario che entra nel panico: stupidamente.

Internet è stato oscurato, alle compagnie di telefonia mobile è stato ordinato di sospendere il servizio. Con i sistemi di comunicazione azzerati Mubarak sperava di avere le cose sotto controllo. Al contempo iniziavano i soliti arresti di leader della Fratellanza. Ma più il regime dimostrava di essere nel panico, più la gente credeva che si stesse indebolendo: era un'occasione d'oro.

Gli eventi di venerdì non hanno precedenti in Egitto. È impossibile stabilire il numero esatto di manifestanti, ma sicuramente siamo oltre il milione. Ogni moschea era una base per le proteste, gli islamisti erano tutti in piazza, ben visibili con i loro slogan. Gli slogan erano diversi quel giorno. Di fronte all'enorme massa di persone, le forze di sicurezza erano allo sbando dopo quattro ore.

Non si sa se Mubarak fosse stato avvisato del peggioramento della situazione o se l'avesse colto solo quel giorno, ma di sicuro non era pronto. In quel momento viene presa la decisione di chiamare l'esercito, dichiarare il coprifuoco e ritirare le forze di sicurezza. Le forze armate non si sono schierate subito in realtà: quelle sulle strade erano le unità della guardia presidenziale.

L'esercito non era assolutamente preparato: poichè nessuno aveva immaginato una tale situazione, il livello di allerta non era stato elevato, i soldati non erano stati richiamati dalle vacanze e gli ufficiali più alti in grado erano a Washington per delle riunioni programmate da tempo al Pentagono. Oltretutto il piano di schieramento delle forze armate non contempla la possibilità di essere sfidato dalla popolazione. Nessuno aveva mai immaginato che fosse necessario mettere un carro armato in ogni strada: si pensava che il solo annuncio dell'arrivo dell'esercito, qualche tank per strada e il coprifuoco avrebbero mandato a casa la gente spaventata. Sbagliato.

L'esercito egiziano è immensamente popolare, grazie alla mitologia della politica: è in tutti i gangli del regime, ma la popolazione lo vede come ad esso alieno. Lo considera pulito (non come il governo, corrotto), efficiente (costruiscono i ponti in fretta), e soprattutto sono gli eroi che hanno sconfitto Israele nel 1973 (inutile discutere al riguardo con un egiziano). Quando i carri armati e le truppe sono apparsi per strada la gente ha pensato che l'esercito stesse dalla loro parte, qualsiasi cosa ciò significasse. Il presidente continuava a rimandare la propria dichiarazione: il popolo si stava preparando all'annuncio delle dimissioni di Mubarak.

Mubarak era disorientato. L'esercito non poteva sparare alla gente: non solo perchè ciò avrebbe distrutto la reputazione delle forze armate, ma soprattutto per motivi pratici. I soldati non sono mai stati addestrati per questo, non hanno proiettili di gomma o gas lacrimogeni. Hanno solo munizioni e carriarmati, e l'idea di usarli in questa situazione non è mai stata neanche presa in considerazione. Nello stupore del regime, la gente aveva salutato l'arrivo dell'esercito con gioia e ignorava il coprifuoco. Ma non solo: erano iniziati i saccheggi.

La decisione di ritirare le forze di sicurezza era logica: erano esauste e avevano bisogno di un minimo di riposo. Inoltre erano considerate il simbolo dell'oppressione del regime, quindi dovevano allontanarsi per calmare le cose. Ma soprattutto, il manuale delle operazioni dice che non ci possono essere due forze armate nella stessa strada che prendono ordini da due diverse strutture di comando. Anche con la migliore delle coordinazioni, il disastro è dietro l'angolo.

Non era però stato calcolato il vuoto creatosi all'improvviso: le forze di sicurezza si erano ritirate e l'esercito non si era ancora schierato - un'occasione ghiotta per tutti. All'inizio c'è stata un'esplosione di rabbia contro i simboli del potere, come la sede del Partito nazionaldemocratico (Ndp). Tutte le stazioni di polizia sono state attaccate e date alle fiamme, dopo esser state depredate delle armi. Nel frattempo i saccheggi non risparmiavano neanche il Museo egizio.




Non posso riuscire a descrivere lo stato di evidente anarchia di sabato. Ogni prigione è stata attaccata da gruppi organizzati che volevano liberare i detenuti. Nel caso delle prigioni normali, questi gruppi erano composti da amici e parenti; nel caso delle carceri con prigionieri politici, ci hanno pensato gli islamisti, usando i bulldozer e le armi prese alle stazioni di polizia. Quasi tutte le prigioni non hanno retto: gli agenti penitenziari da soli non potevano resistere, e non erano disponibili rinforzi. Sono stati liberati praticamente tutti i prigionieri, compresi gli attentatori della chiesa di Alessandria di un mese fa e l'assassino di Sadat, poi riarrestato.

Per le strade del Cairo era la giungla. Niente polizia, esercito confuso: un'occasione d'oro per i ladri che dalle periferie si sono gettati nei quartieri ricchi, svaligiando, assaltando e distruggendo case e negozi in pieno giorno. L'Egitto era tornato all'improvviso allo stato di natura. La gente nel panico ha preso in mano la prima arma che trovava (pistole, coltelli, bastoni) e ha cominciato a formare gruppi per difendere le proprie case. Le donne preparavano bottiglie molotov con l'alcol, mentre i comitati di strada si coordinavano meglio: a ogni incrocio importante c'erano dei posti di blocco di persone che chiedevano i documenti e cercavano armi nelle macchine. Le mitragliatrici, richiestissime, venivano vendute per la strada.

Non voglio fare un racconto personale, ma queste persone sono miei amici e parenti. I miei vicini stavano nella casa di mio suocero ad attendere possibili attacchi. Una gang ha sparato a un mio amico, mentre un altro mio amico ha ammazzato un uomo per difendere casa sua e sua moglie. Il fratello di un altro amico sabato ha arrestato 37 ladri. L'esercito in tutto ciò si limitava a passare per le strade a prendere i ladri arrestati., e a informare i comitati che avrebbero potuto sparare senza problemi a questi ladri: non sarebbero stati puniti.

Nel frattempo Mubarak nominava Omar Suleiman vicepresidente e Ahmed Shafik primo ministro. Entrambi provengono dalle forze armate. Per capire questa mossa, bisogna conoscere la natura della coalizione al potere in Egitto e il ruolo dell'esercito.

Dal 1952 il regime egiziano si basa su una coalizione fra esercito e burocrati che risponde al modello di Stato autoritario di O'Donnell. L'esercito controlla l'economia e il potere reale: ex-generali sono a capo di aziende statali e ricoprono posizioni amministrative di alto livello. L'esercito stesso ha un enorme braccio economico tramite il quale controlla dalle imprese di costruzioni ai supermercati. Le cose hanno iniziato a cambiare verso la fine degli anni Novanta.

Tutti sanno che Gamal Mubarak, il figlio del presidente, stava studiando per succedergli. In realtà Hosni non è mai stato entusiasta di questo scenario, vuoi perchè aveva intuito le ridotte capacità del figlio, vuoi perchè l'esercito non sembrava troppo convinto della successione. La moglie di Hosni invece era totalmente dalla parte del figlio. Gamal piano piano saliva i gradini dell'Ndp, trascinando su due gruppi della coalizione al potere: i tecnocrati dell'economia con studi in Occidente e fiducia nel Washington Consensus e la crescente business community. Insieme stavano cambiando l'economia egiziana e il partito.

I tecnocrati stavano facendo miracoli: l'economia sotto il governo Nazif mostrava picchi di crescita clamorosi. La moneta era deprezzata, affluivano investimenti dall'estero, aumentavano le esportazioni. Persino la crisi mondiale non si faceva sentire più di tanto. Il problema drammatico era che nessuno si prendeva la briga di spiegare e difendere questa politica economica (che stava portando il paese verso un sistema capitalistico vero e proprio) all'opinione pubblica egiziana.

Tale processo di ristrutturazione dell'economia colpiva la popolazione, abituata a dipendere per tutti i suoi bisogni dal governo e intontita dalla stanca retorica socialista. Non conta molto che il paese stesse crescendo: la gente non se ne rendeva conto. Non che i benefici non arrivassero a tutti, ma ci si era abituati allo Stato che faceva da balia, e non si capiva perchè non dovesse più essere così.

Gli uomini d'affari hanno approfittato dei miglioramenti economici, e iniziato ad avere aspirazioni politiche. Hanno avuto il seggio parlamentare che dava loro l'immunità, ma con Gamal hanno fiutato qualcosa di più grande. Questi voleva rimodellare l'Ndp come un vero partito più che come una massa di organizzazioni che operavano dentro lo Stato. I businessmen come Ahmed Ezz (il magnate dell'acciaio) grazie a Gamal hanno preso il controllo del partito, e con esso del potere.

All'esercito Gamal e i suoi compari non sono mai piaciuti. Lui non ha mai fatto il militare, e i suoi amici stavano mettendo in discussione il potere delle forze armate nell'economia (con le riforme liberali dei tecnocrati) e nella politica (ora che il partito diventava un'organizzazione seria). All'improvviso per fare carriera in Egitto non serviva più la leva ma una tessera di partito.

In ogni caso finchè c'era il presidente l'esercito non diceva nulla; era totalmente fedele a Hosni, eroe di guerra nel 1973 e suo comandante in Capo, un patriota capace di servire bene il paese. Oltretutto Nasser dopo il golpe del 1952 aveva stabilito dei meccanismi per evitare che qualcuno facesse lo stesso e deponesse lui.

Ora che la situazione stava cambiando l'esercito era finalmente in grado di esprimere le proprie opinioni a Mubarak e guadagnarne l'appoggio. Il parere dell'esercito era che Gamal e i suoi amici avevano rovinato tutto, scatenando l'ira del popolo con le loro politiche neoliberali e la ventilata rimozione dei sussidi, e distruggendo al tempo stesso il sistema politico con l'obiettivo di smantellare l'opposizione. Il presidente in passato aveva sfruttato l'opposizione, cooptandola e garantendole sempre un po' di spazio in parlamento. Non alle ultime elezioni: non le è stato permesso di aggiudicarsi alcun seggio. Visto che i mezzi legali della protesta le erano preclusi, l'opposizione ha scelto quelli illegali: la protesta di piazza.

Oggi gli egiziani hanno paura. Hanno visto l'inferno per un attimo, e non hanno gradito. Al contrario di quanto dice al Jazeera, non manifestano più. Martedì in piazza c'erano 5mila attivisti e non 150mila come insiste a dire la tv del Qatar. E in questo momento a nessuno di quei 5mila importa più di tanto se Mubarak si dimette o no. Hanno altri problemi: il cibo e la sicurezza.

Quindi, come siamo messi? Non lo sappiamo ancora con certezza, ma un paio di conclusioni possiamo trarle.

1) Gamal è fuori dai giochi.

2) Mubarak non si ricandiderà. Il suo mandato presidenziale scade a ottobre e o lo porterà fino alla fine o si dimetterà prima, una volta tornata la calma, per motivi di salute, che non sono inventati. Sta morendo.

3) Ora comanda l'esercito. Siamo tornati ai bei tempi, i "ragazzini" sono stati estromessi, decidono gli "uomini".

4) Fine delle politiche neoliberali, perlomeno finchè l'economia regge. Scordatevi liberalizzazioni e riforme per un po'.

Il primo compito dell'esercito è quello di stabilizzare la situazione e riportare l'ordine. Poi dovrà fare i conti con gli attivisti politici e i Fratelli musulmani, che attualmente dominano la scena. Chissà come faranno, ma c'è da aspettarsi che in un paio di giorni siano gli egiziani a implorare l'esercito di sparargli addosso. Poi ci sarà il ritorno alla normalità e la necessità di rendere disponibile il cibo per tutti. Alla fine comunque torneranno le questioni politiche.

Nel lungo periodo le sfide sono tante. Innanzitutto c'è l'enorme perdita economica causata dalla distruzione delle proprietà; appena riapriranno le banche ci sarà l'assalto ai conti, con annessa fuga di capitali. C'è da aspettarsi che per un po' di tempo chiunque abbia un minimo di intelligenza non vorrà investire in Egitto.

L'esercito vorrà tornare alla situazione politica pre-Gamal. Verranno concessi aumenti salariali e sussidi per calmare la popolazione. Ma sarà abbastanza? Difficile. Gli egiziani per la prima volta hanno capito che il regime è più debole di quanto sembrasse appena una settimana fa. Se non li ha fermati l'esercito, chi potrà farlo? Oltretutto si sentono molto più potenti e orgogliosi ora, dopo aver protetto i quartieri e fatto quello che neanche le forze armate riuscivano a fare. Non è un dato da trascurare.

L'ordine pubblico è al collasso. Potrebbero volerci mesi prima di riarrestare tutti i criminali di nuovo. Nessuno sa come recuperare tutte le armi trafugate, nè soprattutto come le forze di sicurezza riconquisteranno un prestigio che hanno perso in appena quattro ore. Si dice che il confine di Gaza sia rimasto aperto nei giorni scorsi, e nessuno sa cosa sia passato di lì.

Ma el-Baradei e l'opposizione dove sono? Il leader consacrato (dalla Cnn) della Rivoluzione egiziana deve pur contare qualcosa. E invece no! Se non fosse per i media occidentali, el-Baradei non esisterebbe: è stato nel paese per meno di un mese nell'ultimo anno e quasi per niente negli ultimi venti. Sostenere il contrario è un insulto agli egiziani. Ah, l'opposizione? Al di là dei Fratelli musulmani, stiamo parlando di gruppi che al massimo arrivano a 5mila membri l'uno, disorganizzati, privi di idee e di leadership: totalmente irrilevanti. La vera domanda è: che ne sarà della giovane generazione apolitica che improvvisamente è scesa in piazza?

Il futuro dell'Egitto è un enigma. In un certo senso tutto rimarrà come prima. L'esercito, al potere dal 1952, continuerà a governare, e continueranno a mancare idee e alternative politiche nel paese. Al tempo stesso, nulla sarà più come prima. Gli egiziani sono più forti di prima, e non accetteranno a lungo lo status quo. Il fulcro di tutto è sempre quello. Non è cambiato nulla sotto questo punto di vista.

Certo, è impressionante sentir parlare di una transizione democratica. Difficilmente un popolo che due mesi fa era convinto che gli squali nel Mar Rosso ce li avesse messi il Mossad può essere sul punto di dar vita ad una democrazia liberale. Ma lo status quo non può reggere.

Bisogna colmare il vuoto politico. Fino a quando qualcuno non inizierà ad occuparsi dei problemi veri, invece di intonare il solito ritornello sulla democrazia, le cose non andranno meglio. Anzi, andranno sempre peggio.

(The Story of the Egyptian Revolution, by Sam Tadros, American Thinker, 2/2/2011 - Traduzione di Niccolò Locatelli)

Articolo comparso su Limes