In Libia finirà in tragedia senza una strategia

Il colonnello americano Gian P. Gentile critica il fatto che in Libia non ci sia una strategia chiara e ripercorre i fallimenti americani nelle varie guerre, dovuti alla sua mancanza.

Fonte foto: www.telegraph.co.uk

Il filosofo cinese della guerra, Sun Tzu, preveggente nello scrivere sul rapporto tra tattica e strategia migliaia di anni, fa ha dichiarato che  “La strategia senza la tattica e' la strada piu' lenta per la vittoria. La tattica senza la strategia è il rumore prima della sconfitta". Il suo punto è stato semplice e chiaro: se una nazione  fa cosa giusta in guerra e nel conflitto è meglio che la strategia venga per prima.





In Libia nel corso delle ultime settimane tutto ciò che abbiamo visto sono tattiche. In primo luogo, era la decisione politica di dispiegare raid aerei tattici contro il regime di Gheddafi, ora stiamo riflettendo sulla tattica di armare i ribelli.


La strategia è la parte della guerra che cerca di applicare gli elementi del potere nazionale - come il dispiegamento delle forze di combattimento - per raggiungere obiettivi politici. O no - una buona strategia a volte significa che sulla base di obbiettivi politici ed i relativi costi e rischi, potrebbe essere meglio non fare niente o poco. Non è esattamente chiaro quale sia oggi la nostra strategia con la Libia.


E senza una strategia chiara, stiamo già scendendo verso un sentiero pericoloso. Un'occupazione militare della Libia per "risolvere il problema", dopo che il regime è abbattuto o gravemente danneggiato dalla forza aerea alleata non dovrebbe essere assiomatica. 


Ci sono già accenni di un intervento di terra in Libia. Il generale in pensione dell'esercito, James Dubik, sta suggerendo la possibilità per gli americani degli "scarponi sul terreno" per costruire eventualmente lo stato in Libia. Se il regime di Gheddafi venisse finalmente abbattuto da gli americani e dal potere militare alleato poi, secondo il generale, "le realtà di guerra hanno un modo di imporsi su coloro che sono coinvolti".


Il generale Carter Ham, capo del Comando in Africa, e inizialmente responsabile della campagna aerea contro Gheddafi, ha suggerito al Congressional Testimony che "gli scarponi sul terreno" era certamente una possibilità, se il regime fosse abbattuto e ci fosse la necessità di riportare l'ordine.


Lo scrittore neoconservatore Max Boot ha sostenuto che gli Stati Uniti avevano bisogno di essere disposti a fare la "loro parte" in uno sforzo di mantenimento della pace delle Nazioni Unite per evitare che la Libia del dopo-Gheddafi fosse presa dai "terroristi". Questo è il codice della versione Afghanistan 2.


Ipotizzando che la ricostruzione dello stato in Libia funzionerà, l'esercito si avvarrà della sua esperienza in Iraq e in Afghanistan. Il pensiero va a certi ambienti all'interno del Pentagono: che la ricostruzione dello stato attraverso occupazioni militari e l'applicazione della forza ha funzionato in Iraq e in Afghanistan. Non è così.


In Iraq la guerra civile tra gli popolo iracheni è tutt'altro che finita mentre il paese resta diviso tra le tante diverse correnti, e la violenza tiene ancora le redini in molte parti del paese. Non sono neanche migliorati i metodi americani di ricostruzione dello Stato - altrimenti noti come contro-insurrezione - del generale David Petraeus e l'incremento delle truppe ha causato una diminuzione della violenza nell'autunno del 2007.


Invece, la violenza in Iraq non è diminuita perché l'esercito americano aveva imparato l'arte della trasformazione della società attraverso l'occupazione armata, ma perché altri requisiti più critici come la diffusione del "Risveglio Anbar" cospirato per ridurre la violenza.


La strategia oggi è a brandelli anche in Afghanistan. L'ex ambasciatore americano Thomas Pickering si è lamentato del fatto che "nonostante la contro-insurrezione guidata dagli americani in Afghanistan, la resistenza dei talebani continua". Non ha fatto neanche pensare all'ambasciatore americano che ricostruire lo stato con la contro-insurrezione blocca qualsiasi speranza di successo in futuro. Per quanto gli Stati Uniti abbiano cercato di "conquistare gli insorti" in Afghanistan, questi sforzi sono stati "improbabili per porre fine al conflitto", ha detto l'ambasciatore.


La ricostruzione dello stato con la contro-insurrezione non ha funzionato neanche nelle precedenti guerre americane. C'è una bizzarra idea nell'immaginario collettivo che nella guerra americana in Vietnam, un migliore generale di nome Creighton Abrams sia arrivato sulla scena dopo l'offensiva del Tet nell'estate del 1968, e abbia trasformato la guerra con il metodo della contro-insurrezione e abbia vinto. Tali idee sono illusioni. Gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Vietnam perché hanno fallito la strategia che avrebbe dovuto far percepire presto che la guerra era impossibile da vincere, e non valeva la pena il costo in termini di sangue e denaro.


La strategia deve essere in prima linea negli avvenimenti in Libia, e cosa fare se il regime di Gheddafi viene abbattuto attraverso il potere militare. Purtroppo, questo genere di questioni essenziali di strategia nel corso degli ultimi anni sono state rimpiazzate da una serie di regole dottrinarie che sembrano richiedere automaticamente la costruzione l'occupazione e di uno stato e la ricostruzione dopo che un regime viene abbattuto o danneggiato.


Questo modo di pensare è stato istituzionalizzato nell'esercito americano e nel dipartimento difesa, dopo più anni di nove dalla ricostruzione dello Stato in Iraq e in Afghanistan. Ma non dovrebbe eclissare il pensiero strategico sulla Libia. Chi pensa che la forza militare americana abbia il potere di "cambiare intere società", probabilmente non ha mai conosciuto il business dello sforzo armato americano nella ricostruzione dello stato.


Questo è l'incubo della guerra perpetua. Ed è anche l'incubo del militarismo americano, nel senso che le regole ed i principi dalle tattiche armate americane di ricostruzione dello stato hanno superato la strategia, e, soprattutto, la politica.


La strategia dovrebbe quindi determinare la strada da seguire in Libia. E dovrebbe essere una strategia fondata sulla storia e che cerchi di allineare con prudenza i mezzi ai fini della politica. Richard Haass, presidente del Council on Foreign Relations, ha ragione quando dice che le azioni degli Stati Uniti in Libia "dovrebbero essere commisurate con la posta in gioco". E a proposito del peso complessivo degli interessi fondamentali americani nella regione, la Libia semplicemente non è così importante. La strategia dovrebbe discernere questa verità essenziale e quindi elaborare linee di azione adeguate con la posta in gioco, come sostiene Haass.


Tradotto da un articolo di Gian P. Gentile sull'Huffington Post


L'autore, Gian P. Gentile, è un colonnello dell'esercito. Ha comandato un battaglione di combattimento nella parte ovest di Baghdad nel 2006 e ha conseguito una laurea in storia presso la Stanford University.